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Regina José Galindo
cuestiones de estado: Lavarse las manos

a cura di Federica La Paglia
dal 14 dicembre 2019 al 23 febbraio 2020
Real Academia de España en Roma, Roma

cuestiones de estado

di Federica La Paglia

Una vignetta de El Roto, apparsa su El País mesi fa, riporta due colletti bianchi e la dicitura “Abbiamo bisogno di migranti per sostenere il sistema che li produce”. In poche parole si dipinge il quadro dell’attualità del sistema globale: i fatti, le conseguenze, le implicazioni e aspirazioni dell’urgenza migrazione.
Al netto della citazione dei vari studi-postcoloniali, si rileva come il lavoro di Regina José Galindo si inserisca esattamente nel mezzo tra il concetto di post-colonialismo e la viva realtà quotidiana, in quel gap fatto, tra l’altro, di strumentalizzazioni, innato istinto di dominio e rifiuto dell’altro che genera scollamento tra la Storia e il quotidiano contemporaneo.
Galindo si muove per ribaltare la prospettiva al suo interlocutore e offrire un riequilibrato sguardo sulle cose, seppure per il breve lasso di tempo in cui il suo agire scopre le carte del terreno di conquista.

Per racchiudere in un solo pensiero tutto il complesso lavoro che Regina José Galindo ha sviluppato per Lavarse las manos, primo progetto del più grande cuestiones de estado (in progress), si afferma il concetto di affari di stato. Minuscolo sì, non per sminuirne il peso ma per paradossalmente amplificarne la portata includendo quello che, generalmente, non viene considerato: l’essere umano.
cuestiones de estado è inteso come punto di contatto tra gli Affari di Stato e la condizione in cui l’uomo si trova per conseguenza o come reazione agli stessi.
L’approccio relazionale, il rapporto tra l‘artista e i protagonisti delle opere, segna negli effetti una azione di ribaltamento della ancor forte attitudine alla visione eurocentrica, di fatto uno strappo del diritto all’identificazione al modello eurocentrico sulla cui legittimità di persistenza questionava Umberto Eco [1].
Galindo parte dall’affrontare, negandolo, quel modello di appropriazione anche intellettuale – naturale estensione della conquista territoriale – che vuole l’altro raccontato secondo la nostra percezione e finanche produce una trasformazione dell’altrui narrazione del sé verso lo schema preimpostato e imposto. L’artista agisce a livello empatico, accogliendo e restituendo l’esistente.
Con il lavoro con le donne rifugiate e i migranti in generale ripercorre la linea mai interrotta del colonialismo, evidenziandone gli effetti e spingendo a riconsiderare la dicotomia tra l’io e l’altro.
Il suo non è proprio un atto di accusa, ma un gesto di verità che richiede riflessione e consapevolezza.

Il progetto parte con un periodo si residenza dell’artista nella Real Academia de España en Roma e le opere nate sono frutto dell’analisi del contesto e di un fondamentale processo relazionale.

Lavarse las manos è il primo lavoro e segna un modus operandi sostanziale, che si fonda sui rapporti sviluppatisi attraverso l’andamento dell’economia del dono [2]: il dono del racconto della propria vita ricambiato con lo spazio e la risonanza che l’artista è in grado di offrire. Questa dinamica ha rafforzato il legame personale e sociale nato dalla conoscenza iniziale, creando al contempo un impegno che coinvolge tutti i soggetti attivi nella sua realizzazione.
Il progetto inizia con l’incontro tra donne di origine diversa – Guatemala, Costa d’Avorio, Congo, Kurdistan turco, Somalia – e dalle parole che si sono scambiate nell’intimità; nasce dalla vicinanza umana e femminile, dalla incredibile similitudine di vicende nei loro Paesi, dalla urgenza comune della migrazione, dal tema della violenza sulle donne e dello sfruttamento umano in economie a servizio delle Potenze che, in epoca postcoloniale, in realtà muovono le pedine di una scacchiera di stampo neocoloniale.
Dopo le confidenze private, le donne rifugiate invitate alla condivisione hanno scelto di donare il racconto della propria vita, ricevendo in cambio lo spazio di ascolto pubblico di cui dispone l’artista, che in tal modo sovverte l’immagine eurocentrica del potente protagonista nella sua concessione.
Nella dinamica attivata da Galindo, il potere è di chi sceglie di raccontare, è nel donare secondo la forma di economia enunciata da Marcel Mauss (1924). Il dono del racconto – che è narrazione e azione del narrare – prevede di essere contraccambiato. Così durante la performance, mentre una per sala si spande la voce delle donne, in successione, una stanza alla volta, l’artista si pone immobile e in piedi indossando il relativo abito tradizionale, senza mimesi, ma lasciando che si vedano le metaforiche differenze di taglia, in cui pure si ravvede il rifiuto della pratica di appropriazione e asservimento culturale.
In lei non c’è identificazione ma empatia; accorcia la distanza lasciando che si capisca che non ci si può lavare le mani di quanto condiviso, per coscienza o senso della Storia.
Per accedere alla performance e, dopo giorni, alla mostra si è costretti a un determinato percorso che conduce a un lavandino [3]. La ritualità imposta – oltre la metafora – innesca un processo di responsabilizzazione del pubblico attraverso una gestualità quotidiana che solleva questioni in ordine alla normalità dell’indifferenza e intende scoperchiare pregiudizio, comoda inconsapevolezza o paternalismo.
Il potere è delle donne rifugiate, sopravvissute e forti nella loro stanchezza confessata, continue lottatrici che hanno condiviso sé stesse. Sono donne la cui maestosità è visivamente rimandata in mostra dai ritratti di Regina in un inusuale grande formato. Gli abiti, gli unici rimasti dal viaggio, sono come tele scritte in cui è impresso il loro vissuto, ma pure la storia del loro Paese. Dopo la performance, in mostra vengono proposti accanto alle foto, a chiudere il percorso iniziato a partire dal lavandino preesistente che, dalla presenza inosservata e inutilizzata nella quotidianità del chiostro dell’ Accademia, assume nuovo senso nella sua funzione continua per i visitatori. L’elemento chiuso ma visibile tra il giorno della performance e l’apertura della mostra ne diviene il trait d’union, mantenendo viva l’allerta sul vissuto e su ciò che verrà.
Regina ha chiesto che il racconto fosse reso nella lingua madre, non in quella ufficiale del Paese: un atto preciso che passa attraverso il rifiuto della supremazia altrui ma che al contempo tradisce la Storia e le costrizioni subite. Dalla narrazione delle donne, infatti, emergono parole in francese o in inglese e in turco, evidenziando un ulteriore livello di influenza dominante. Il linguaggio è formalizzazione del pensiero. La scelta della lingua, dunque, è un atto di decolonizzazione che evidenzia la trasformazione subita ma al contempo esprime l’adattamento alle vicende della Storia o la resistenza alle stesse come evidente nel caso dell’idioma curdo.
Il pubblico è guidato nell’ascolto dal suono, le pause e il vibrato della voce ma anche da una trascrizione tradotta su carta che, di nuovo, impone il differimento dell’io in funzione dell’altro.
“La storia troppo spesso si scrive sul corpo delle donne” usa ripetere l’artista che si sofferma sulla violenza di genere come atto di potere e controllo, strategia del terrore, esercizio di sottomissione; in Lavarse las manos – il cui linguaggio ha origine nell’opera Presencia (2017) –, emerge dai racconti delle torture e violenze sessuali ma anche da pratiche ancora consuete come l’imposizione al matrimonio. Emerge il patriarcato politico e quello culturale.

Roma, novembre 2019

(testo di Federica La Paglia pubblicato sulla brochure della mostra di Regina José Galindo, Lavarse las manos, a cura di F. La Paglia, Real Academia de España en Roma, 2019)


[1] Umberto Eco, Migrazioni e Intolleranza, La nave di Teseo, 2019.
[2] Marcel Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Einaudi, Torino 2002. Nel rapporto creatosi, il dono diviene un fatto sociale totale.
[3] Nel pensare al lavandino Regina José Galindo si pone come riferimento storico e culturale il lavandino da cui sgorga sangue dell’istallazione Red Shift di Cildo Meireles (1967-1984).