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Regina José Galindo
cuestiones de estado: Lavarse las manos e La historia la escriben quienes sobreviven

a cura di Federica La Paglia
dal 16 dicembre 2019 al 19 gennaio 2020
Sala Torres García – Casa América, Madrid

cuestiones de estado

di Federica La Paglia

Una vignetta de El Roto, apparsa su El País mesi fa, riporta due colletti bianchi e la dicitura “Abbiamo bisogno di migranti per sostenere il sistema che li produce”. In poche parole si dipinge il quadro dell’attualità del sistema globale: i fatti, le conseguenze, le implicazioni e aspirazioni dell’urgenza migrazione.
Al netto della citazione dei vari studi-postcoloniali, si rileva come il lavoro di Regina José Galindo si inserisca esattamente nel mezzo tra il concetto di post-colonialismo e la viva realtà quotidiana, in quel gap fatto, tra l’altro, di strumentalizzazioni, innato istinto di dominio e rifiuto dell’altro che genera scollamento tra la Storia e il quotidiano contemporaneo.
Con il progetto cuestiones de estado – nelle sue opere Lavarse las manos e La Historia la escriben quienes sobreviven – l’artista agisce per far emergere queste dinamiche sociali e vi si pone come meccanismo di inciampo; si muove per ribaltare la prospettiva al suo interlocutore e offrire un riequilibrato sguardo sulle cose, seppure per il breve lasso di tempo in cui il suo agire scopre le carte del terreno di conquista.

Per racchiudere in un solo pensiero tutto il complesso lavoro sulla migrazione che Regina José Galindo ha sviluppato per Roma e Madrid, si afferma necessariamente il concetto di affari di stato. Minuscolo sì, non per sminuirne il peso ma per paradossalmente amplificarne la portata includendo quello che, generalmente, non viene considerato: l’essere umano.
cuestiones de estado è inteso come punto di contatto tra gli Affari di Stato e la condizione in cui l’uomo si trova per conseguenza o come reazione agli stessi.

Il progetto parte con un periodo di residenza dell’artista nella Real Academia de España en Roma e si sviluppa nel tempo trascorso a Madrid. Le opere che ne sono nate sono frutto dell’analisi del contesto e di un fondamentale processo relazionale.
Entrambi i lavori – Lavarse las manos e La historia la escriben quienes sobreviven – si fondano su rapporti sviluppatisi attraverso l’andamento dell’economia del dono [1]: il dono del migrante che è fatto del racconto della propria vita ricambiato con lo spazio di ascolto e risonanza che l’artista è in grado di offrire. Questa dinamica ha rafforzato il legame personale e sociale nato dalla conoscenza iniziale, creando al contempo un impegno che coinvolge tutti i soggetti attivi nella realizzazione del progetto.

L’approccio relazionale, il rapporto tra l‘artista e i protagonisti delle opere, segna negli effetti una azione di ribaltamento della ancor forte attitudine alla visione eurocentrica, di fatto uno strappo del diritto all’identificazione al modello eurocentrico sulla cui legittimità di persistenza questionava Umberto Eco [2].
Galindo parte dall’affrontare, negandolo, quel modello di appropriazione anche intellettuale – naturale estensione della conquista territoriale – che vuole l’altro raccontato secondo la nostra percezione e finanche produce una trasformazione dell’altrui narrazione del sé verso lo schema preimpostato e imposto. L’artista agisce a livello empatico, accogliendo e restituendo l’esistente.

Lavarse las manos inizia con l’incontro a Roma tra donne di origine diversa – Guatemala, Costa d’Avorio, Congo, Kurdistan turco, Somalia – e dalle parole che si sono scambiate nell’intimità […] Nella dinamica attivata da Galindo, il potere è di chi sceglie di trasferire la propria storia, è nel donare secondo la forma di economia enunciata da Marcel Mauss (1924). Il dono del racconto – che è narrazione e azione del narrare – prevede di essere contraccambiato. Così durante la performance – che a Madrid si presenta nella edizione video – mentre si spandono una alla volta le voci delle donne, l’artista è immobile e in piedi, indossando il relativo abito tradizionale, senza mimesi, ma lasciando che si vedano le metaforiche differenze di taglia, in cui pure si ravvede il rifiuto della pratica di appropriazione e asservimento culturale.
In lei non c’è identificazione ma empatia; accorcia la distanza lasciando che si capisca che non ci si può lavare le mani di quanto condiviso, per coscienza o senso della Storia.
Il titolo dell’opera tra origine dal modo di dire di matrice biblica e dal fatto che nella versione originale a Roma, prima dell’azione, il pubblico è stato invitato alla abluzione, necessaria anche per poter accedere alla mostra che segue la performance. […]

La historia la escriben quienes sobreviven che, è stato concepito e realizzato a Madrid, si muove dall’assunto negante del motto “La Storia la scrivono i vincitori”; l’artista parte da un modo di dire universale ma si discosta dall’evento che lo ha generato e lo assume nel suo utilizzo ordinario al fine di operare un ribaltamento prospettico che rifiuta la narrazione dominante.
La historia la escriben quienes sobreviven ha come protagonisti tre venditori ambulanti provenienti dal Senegal, migranti con un ruolo preciso nella società in cui sono arrivati e che affonda le origini della tradizione professionale dei senegalesi in Africa. In Europa, in Spagna, a Madrid si riuniscono in luoghi che risuonano delle eco di mercati lontani, ma che diventano spazio fisico di scambio mercantile in termini assai più ampi.
Come Lavarse las manos, anche questo lavoro è segnato dalla impostazione relazionale che ha condotto al dono delle testimonianze nell’idioma madre: tre storie di migrazione il cui fulcro è la relazione tra denaro, documenti e lavoro, mezzi per il raggiungimento di più profonde aspirazioni umane di cui sono espressione tangibile.
In mostra i loro racconti si ascoltano in cuffia, vicino ai teli su cui stendono la loro merce, strumento di lavoro esposto come fosse un dipinto che naturalmente assorbe e rimanda le esperienze, i pensieri, le ambizioni dell’artista che lo ha realizzato.
I segni sono le macchie lasciate dagli oggetti come negativi sul tessuto sbiadito dal sole, momenti catturati che diventano la metafora di una vita da migrante, fatta di pesi da sostenere, un viaggio di paure e speranze, una quotidianità tra duro lavoro e fughe dalla polizia. Ne emerge il ritratto di sopravvissuti e sopravviventi ma fieri lavoratori, desiderosi di essere membri attivi e regolari di una società che li relega a una dimensione di illegalità; una narrazione lontana da quella occidentale che affonda in visioni (neo)colonialiste e si rafforza in un sistema capitalistico in crisi, che esacerba i conflitti sociali e disegna un ritratto del migrante sempre in bilico tra il nullafacente, il criminale e il pericoloso competitor sul mercato del lavoro.
Attraverso l’economia del dono l’artista rivela le ragioni dell’ economia di mercato che muovono il viaggio e segnano la vita in Occidente, ponendo il pubblico difronte alla propria visione stereotipata, che soffre dell’influenza di rigurgiti ottocenteschi e delle paure indotte della crisi globale. Al contempo l’opera lascia emergere la contraddittorietà tra questa visione e l’irrinunciabile tensione al consumo (e al guadagno) che sostiene quel parallelo mercato illegale, unica possibilità di sopravvivenza a cui è ridotto il migrante.
In questo caso, dunque, il contenuto del dono diviene il nodo di scambio tra due culture economiche la cui relazione è effetto delle dinamiche di quel potere che ha preso il posto delle vecchie forme di sfruttamento coloniale.
Restituendo una narrazione non contaminata dal modello dominante – che pure si alimenta del paternalismo che neanche considera né accetta l’altro non svigorito dagli stenti – Regina José Galindo affronta la migrazione attraverso la lente del capitalismo.
L’artista agisce la comunicazione seguendo la linea dello spostamento Sud-Nord, Est-Ovest, affermando un modello che scardina il soggettivismo oggettivante in favore della differenza quale pressione interna alla globalizzazione. Galindo agisce da dentro lo spazio del potere per smascherarne il pensiero colonialista e la sua diffusione, funzionale al mantenimento dell’egemonia e al sostenimento del sistema neoschiavista, che alimenta nuovi conflitti di classe.
L’opera è accompagnata e rafforzata dalla performance Bulto in cui l’artista si nasconde alla vista dei presenti chiusa in una delle tele. Ciò cha appare è la sagoma di una persona in un sacco che, nella formalizzazione scultorea, perde la sua essenza per trasformarsi in mercanzia, simbolo dell’evoluzione contemporanea della tratta che fu.
L’oscuramento alla vista nega l’identità, assimila, accomuna, globalizza al tempo stesso assecondando la coscienza di chi preferisce non sapere.

Roma, Novembre 2019

(testo di Federica La Paglia pubblicato sulla brochure della mostra di Regina José Galindo, cuestiones de estado: Lavarse las manos e La historia la escriben quienes sobreviven a cura di F. La Paglia, Casa América, Madrid 2019)


[1] Umberto Eco, Migrazioni e Intolleranza, La nave di Teseo, 2019.
[2] Marcel Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Einaudi, Torino 2002. Nel rapporto creatosi, il dono diviene un fatto sociale totale.